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Musei Minerari

La storia della Sardegna e in particolare quella del Sulcis non può essere slegata da quella mineraria. Alcune miniere sono conosciute sin dall’epoca nuragica e furono oggetto di sfruttamento prima sotto i Romani e molto tempo dopo con i Pisani. Un forte impulso lo si ebbe nuovamente sotto il Regno Sabaudo e durante l’epoca fascista fino ai giorni nostri.

I siti minerari di carbone, ferro, piombo, argento e zinco caratterizzarono l’economia del Sulcis così fortemente che nel secolo scorso divenne il distretto minerario più importante d’Italia.

Il sito minerario di Serbariu in particolare, attivo tra gli anni ’30 e ’50, rappresentò una delle più importanti risorse energetiche d’Italia, in grado di coprire il 25 per cento del fabbisogno nazionale di carbone.

Il complesso, dopo la chiusura, è stato recuperato e ristrutturato, e oggi sala argani e altre strutture minerarie costituiscono il Museo del Carbone.

Stessa sorte è capitata alle altre miniere, quali la Miniera Rosas, Galleria Henry, Montevecchio e Ingurtosu che, dopo il crollo del prezzo dei metalli, entrarono in crisi e dovettero chiudere. Oggi, nella nuova veste di musei, con gli ambienti fedelmente riallestiti, tengono vivo il passato lavorativo in miniera. È possibile vedere attrezzi e grandi macchinari dell’epoca come macchine perforatrici, silos di conservazione dei minerali, celle di flottazione, nonchè chilometri di gallerie che diventarono sicuro rifugio antiaereo durante la seconda guerra mondiale.

La miniera di Montevecchio è stata la più grande durante il Regno d’Italia e operò dal 1848 al 1991. Essa comprendeva gli alloggi degli operai, il lussuoso palazzo dei dirigenti, una cappella, l’ospedale, una scuola e un ufficio postale. Un vero centro abitato che arrivò a contare circa 3.000 abitanti.

La miniera di Ingurtosu, facente parte del compendio minerario assieme a Montevecchio, iniziò l’attività estrattiva nel 1855 e la concluse nel 1968. Anche attorno a essa sorse un villaggio dotato di tutti i servizi essenziali compreso un campo da calcio. Nel periodo di maggiore espansione raggiunse i 5.000 abitanti. Ma la particolarità che la rende unica è la piccola ferrovia per il trasporto dei minerali estratti collegata al porticciolo, che doveva attraversare le magnifiche dune dorate della spiaggia di Piscinas.

Fiore all’occhiello dell’archeologia mineraria sarda è Porto Flavia, porto d’imbarco del materiale estratto dalle miniere vicine che, affacciandosi sul mare, offre una vista spettacolare sul faraglione di Pan di Zucchero.

E infine il museo dell’Arte Mineraria che comprende numerosissimi reperti delle miniere di Iglesias, come minerali e macchinari, e un importante raccolta di materiale fotografico d’epoca che permette di compiere un viaggio nel tempo, valorizzato maggiormente dalla ricostruzione di una piccola officina meccanica e dalla galleria didattica sotterranea dell’istituto minerario dove sorge il museo.

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